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Lunedì, 27 Ottobre 2014 00:00

Schizofrenia? no grazie

da Wikipedia da Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Qualcuno_vol%C3%B2_sul_nido_del_cuculo

Una gentile signora mi ha sollecitato a rilanciare il seguente quesito : è possibile sostituire il termine schizofrenia? Le ragioni sono note. Questo termine è generico circa la diagnosi, e soprattutto, ha un effetto stigmatizzante: fissa le persone nel ruolo di schizofrenico. La domanda è stata stimolata dall’ascolto di una conferenza di Allen Frances, professore emerito di psichiatria della Duke University, che, come è noto, ha intrapreso una campagna contro gli eccessi diagnostici dei nostri colleghi. Egli sostiene che il termine schizofrenia non descrive una malattia (disease) e tantomeno va mitizzato.

Più semplicemente è un costrutto,temporalmente definibile, utilizzato per aggregare dei sintomi in funzione di una possibilità prognostica e terapeutica (Huffington Post 24/8/2013). Un costrutto da abbandonare tanto per la sua indeterminatezza che per lo stigma che lo accompagna. Allen Frances non è il primo accademico nel mondo a porsi il problema. La società giapponese di psichiatria, per le pressioni esercitate dalla federazione delle associazioni di familiari di pazienti con malattie mentali ha abbandonato il termine “seishin bunretsu byo”, sostituendolo con “togo schitcho byo” (disturbo della integrazione). Uno studio di Mitsumoto Sato, pubblicato su “World Psichiatry” nel 2006, evidenziò un netto miglioramento dell’informazione data ai pazienti sul loro stato di salute ed una riduzione dello stigma. Alcuni in Italia, riprendendo la questione hanno proposto di introdurre la diagnosi di “disturbo della integrazione sociale” ( Andrea Mazzeo, http://www.psychiatryonline.it/node/1285.) In realtà tutte queste revisioni psichiatriche non sarebbero state possibili senza l’esistenza dei movimenti e delle associazioni di utilizzatori e familiari, che hanno sviluppato davvero l’enpowerment, dando vita a vertenze e autonome iniziative di gestione. Chi volesse rendersi conto di ciò potrà andare a Trieste dal 25 al 27 settembre e partecipare a “Impazzire si può, le terapie vanno in terapia”, incontro nazionale di associazioni e persone con l’esperienza del disagio mentale. Dove, ad esempio, verrà affrontata la seguente questione :.come trasformare la personale esperienza in competenza da mettere a disposizione di altri. Infatti se di disturbo della integrazione sociale si tratta, lo si risolverà ottenendo una interazione sociale non disturbata. Ma quale essa sia, ed è questa la novità, non lo dirà lo psichiatra ma vi sarà una personal recovery, una via personale alla “guarigione”, che non corrisponderà necessariamente alla scomparsa dei sintomi (come ci insegna il movimento degli uditori di voci). Ma non corrisponderà neppure al concetto, caro alla psichiatria, di persona adattata o stabilizzata. Per questo è necessario mantenere una certa sospettosità riguardo all’uso che gli psichiatri fanno del termine recovery, in particolare se nella loro pratica ricorrono a strumento coercitivi quali sono le contenzioni meccaniche, i farmaci ad alte dose, gli eletroshock, la sanzione di pericolosità sociale. In sostanza ben venga l’abbandono del termine schizofrenia e la sua sostituzione nei sistemi statistici con diagnosi come quella di “disturbo della integrazione sociale” con l’avvertenza, però, che questo riguarda il campo limitato della psichiatria. La guarigione cresce in un campo molto, molto più grande. Anzi per essere precisi dovremmo parlare di campi, al plurale, perché come l’agricoltura pratica la diversificazione delle colture, così la salute matura nella molteplicità personale e sociale delle culture. Govanni Rossi

Last modified on Venerdì, 21 Novembre 2014 17:00

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