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Esistono delle tutele ma il lavoro per renderle più concrete ed efficaci non può dirsi certo concluso

Trovare un lavoro in questo momento storico è difficile per tutti, inclusi gli appartenenti alle categorie protette. Questo perché, la "protezione" che la legge formalmente garantisce si rivela nella realtà, spesso blanda e lacunosa.

Le quote di riserva previste dalla legge 12 marzo 1999 n 68 spesso non sono rispettate e le Amministrazioni Centrali, anch' esse soggette al rispetto di dette quote, procedono a copertura tramite chiamata attraverso i Centri Provinciali per l'impiego dell'area nella quale è situata la sede o pubblicando bandi all'interno dei quali sono fissati forti limiti di carattere geografico.
Si vengono quindi a creare forti disparità in termini di opportunità tra coloro che vivono nell'area della Capitale, e non solo, e coloro che vivono in altre Provincie del nostro Paese.

Altro problema è quello della scarsa comunicazione intercorrente tra CPI e aziende. Molte volte il possibile datore di lavoro contatta il candidato non conoscendo la disabilità dal quale è affetto e \ o il titolo di studio in suo possesso. La cosa lascia abbastanza allibiti visto che tutte queste informazioni vengono fornite al momento dell' iscrizione tramite la compilazione dell' apposita modulistica per poi essere trattate informaticamente. Cosa succede tra l'inserimento dati e le fasi successive ? Dove si spezza la catena? E' un mistero che, personalmente, non sono ancora riuscita a risolvere.

Un' attenzione particolare merita infine il tema dei concorsi pubblici. Questi, per quel che ci riguarda, possono essere distinti in due gruppi: concorsi riservati alle categorie protette, e concorsi tradizionali.
E' bene ricordare che è diritto di ogni cittadino diversamente abile partecipare, ove ne abbia i requisiti, a qualsiasi selezione pubblica. Per sostenere le prove è possibile avvalersi dei benefici previsti dalla legge 104\ 92 il cui art 20 così recita: "La persona handicappata sostiene le prove d'esame nei concorsi pubblici e per l'abilitazione alle professioni con l'uso degli ausili necessari e nei tempi aggiuntivi eventualmente necessari in relazione allo specifico handicap.
Nella domanda di partecipazione al concorso e all'esame per l'abilitazione alle professioni il candidato specifica l'ausilio necessario in relazione al proprio handicap, nonché l'eventuale necessità di tempi aggiuntivi".
Come si evince dal testo, indicare la propria condizione e l'ausilio idoneo è essenziale. Naturalmente l'auto-certificazione non è sufficiente e sarà richiesto l'invio di "documentazione comprovante".

Questa espressione così generica certo non agevola. In essa infatti potrebbe essere ricompreso non soltanto il certificato d'invalidità rilasciato da Inps ma anche un secondo certificato redatto appositamente da un medico ospedaliero. Si raccomanda quindi di contattare l'Amministrazione che ha emesso il bando per non incappare in spiacevoli sorprese.
Bandi dal testo più preciso eviterebbero equivoci, perdite di tempo e snellirebbero il già non sempre chiarissimo iter burocratico.

Non si può non citare, in questa sede, l'importante novità introdotta dalla legge 11 agosto 2014 n 114 ossia che una persona con invalidità uguale o superiore all'80% non è tenuta a sostenere la prova preselettiva eventualmente prevista. Anche qui si pone una grande questione linguistica. Se la denominazione non è prova pre-selettiva, ma i contenuti sono quelli di suddetta prova, l'esonero è concesso ? Al momento sembra che la risposta a questo quesito sia negativa.
Si auspica che la questione venga chiarita quanto prima, che la macchina burocratica sia sempre più snella e che domanda e offerta possano davvero incontrarsi così da poter realmente valorizzare i talenti di ogni persona.
Le categorie protette devono essere tali non solo di nome ma soprattutto di fatto.

Per approfondire

Speciale lavoro e disabilità

Da disabili.com

Start up da idee imprenditoriali di persone con disabilità

L'inclusione lavorativa dei disabili non sia solo obbligo di legge

Dott.ssa Agnese Villa Boccalari

Domani la manifestazione che da quattro anni porta i pazienti psichiatrici del capoluogo sabaudo a sfilare contro lo stigma e i pregiudizi. Per questa edizione, massiccia sarà la partecipazione di associazioni e realtà cittadine che lavorano sul disagio psichico. Delegazioni da tutta Italia

TORINO - Le voci, che circolavano da mesi tra soci e simpatizzanti, la davano come un’esperienza ormai conclusa. E i negozianti del centro, magari, avran pure tirato un sospiro di sollievo: niente più folli in corteo all’ora di punta dello shopping, né uomini coperti solo da strisce di nastro isolante a turbare le dame della Torino bene nei pomeriggi afosi di giugno. Ma alla fine la banda di matti più famosa d’Italia ha deciso di riprovarci. E domani, per il quarto anno di seguito, il Torino Mad Pride tornerà a sfilare per le strade del capoluogo sabaudo; portando ancora una volta in parata le storie e le voci di pazienti psichiatrici, operatori sociali e attivisti dell’antipsichiatria, uniti per rivendicare “la libertà di vivere il proprio disagio psichico senza per questo essere sedati, emarginati o rinchiusi”.

Per l’edizione di quest’anno, il Mad Pride ha deciso di farsi famiglia allargata, coinvolgendo nell’organizzazione dell’evento quasi ogni associazione che nel capoluogo sabaudo si occupa di disagio psichico e salute mentale: “Con noi - spiega Simone Sandretti, co-ideatore dell’iniziativa - ci sarà la onlus Arcobaleno e i redattori del mensile Segn/Ali; il gruppo di ricerca poetica dell’associazione Mente locale e lo staff del Caffè Basaglia; l’associazione Il Tiglio e gli organizzatori dello Psicologia film festival”. L’appuntamento è per le 14.00 di domani in piazza Carlo Alberto: di lì, il corteo si muoverà lungo il centro cittadino fino ad attraversare il ponte della basilica della Gran Madre, fermandosi per una tappa intermedia nei locali della Cavallerizza Reale e una conclusiva nella Caserma occupata di via Asti. Qui, e lungo tutto il tragitto, i partecipanti alla parata verranno intrattenuti da concerti, spettacoli teatrali, declamazioni poetiche e dai dj dell’emittente torinese “Radio banda larga”, che cureranno la selezione musicale.

Dopo la scorsa edizione, incentrata sul rapporto tra la follia e il mondo del lavoro, il tema scelto per quest’anno è “Tutti fuori”: “un invito a venir fuori dai nascondigli - spiega Sandretti - a liberarsi dal terrore dello stigma che attanaglia molti utenti ed ex utenti psichiatrici. Ma anche un’esortazione rivolta alle altre associazioni, perché escano allo scoperto e si uniscano a noi; negli scorsi mesi, abbiamo iniziato a renderci conto che la nostra rischiava di diventare un’esperienza eccessivamente autoreferenziale. Per questo, abbiamo deciso di dare il Mad Pride in pasto al popolo”. Così, domani, all’arrivo in Cavallerizza, Paride Gavallotti - “matto e facilitatore sociale” che a Foggia lavora col noto psichiatra Mariano Loiacono - coinvolgerà i presenti in una delle sessioni di danza e percussioni con le quali pare riesca a produrre benefici su molti utenti psichiatrici. Sui microfoni del camion principale, poi, i dj di Radio banda larga si alterneranno ai poeti del Circolo Orfeo; mentre un’altro furgone ospiterà una versione itinerante dell’Assemblea permanente dell’ascolto, la riunione-flusso di coscienza che il Mad pride tiene a cadenza settimanale., A esibirsi sul palco di via Asti, poi, ci saranno il cantautore folk-sperimentale Lukasz Mrozinski, che al Mad Pride ha intitolato il suo primo album, e il co-fondatore del collettivo Luca Atzori, regista teatrale che porterà in scena “Gli aberranti”, la telenovela dei folli.

“Per la prima volta - continua Sandretti - quest’anno saremo raggiunti da varie delegazioni di utenti e attivisti da tutta italia. Per l’anno prossimo, il gruppo romano sta già organizzando una versione locale del Mad pride, alla quale parteciperemo attivamente. Altri gruppi arriveranno da Campobasso, Firenze e dalla Puglia”. Nato nel 2012 come associazione, da un’idea che Sandretti e Luca Atzori ebbero durante un ricovero del primo, il Torino Mad Pride organizzò la prima parata dell’orgoglio dei folli nell’estate dello stesso anno. Da allora, il gruppo ha promosso una miriade di iniziative ed eventi collaterali, tra spettacoli teatrali, eventi e dibattiti: le ultime due sono state la breve occupazione dei locali abbandonati del Centro diurno di Salute mentale di via Gorizia, subito ribattezzato “Repubblica dei matti, e il lancio di Matti a cottimo, una sorta di ufficio di collocamento per utenti psichiatrici pensato per funzionare come un vero e proprio “Linkedin dei matti”. Per informazioni, visitare il profilo facebook della manifestazione. (ams)

© Copyright Redattore Sociale

Sei ragazzi, di cui due donne, una volta alla settimana si allenano in una palestra a fianco di campioni della boxe italiana. "Tiene la mente serena", spiega Franco Chierchi, maestro della disciplina. Ardigò (Aiutiamoli): "Imparano a essere più autonomi, a gestire meglio il proprio corpo"

MILANO - Mauro è il più anziani del gruppetto. Infila i guantoni e assesta due pugni a uno dei sacchi appesi al soffitto. Mi guarda soddisfatto: "È uno sport faticoso, ma ci si sente meglio. Ho la pancia e ogni tanto mi devo fermare per riposare, ma è utile". Mauro è uno dei sei ragazzi con problemi di salute mentale, seguiti dall'associazione Aiutiamoli, che frequentano il corso di box nella palestra O.pi.gym, in corso di Porta Romana a Milano. Mentre i sei, di cui due ragazze, fanno i loro esercizi sui tappettini, nel ring si stanno allenando due campioni della boxe italiana: Andrea Scarpa e Renzo De Donato. "È uno degli aspetti positivi di questa esperienza -spiega Cristina Ardigò, presidente dell'associazione Aiutiamoli-. I nostri giovani non sono separati dagli altri, imparano a stare in mezzo alle persone". Il corso di boxe si tiene una volta alla settimana, per un'ora. "Quanto basta per rimettere in moto un corpo fermo da anni e affaticato dai farmaci -aggiunge la presidente-. Li aiuta a essere più autonomi, a gestire meglio il proprio corpo".

Per Franco Chierchi la boxe è vita. È stato campione europei dei pesi mosca, ha insegnato boxe in un carcere francese per due anni. E ora gestisce, insieme al nipote Alessandro e ad Alberto Canuzzi, la palestra O.pi.gym, ricavata in un seminterrato. "È molto bello vedere che migliorano ogni volta che vengono qui -racconta-. La boxe aiuta a tenere la mente serena, a scaricare tensioni, a incanalare la rabbia in un percorso diverso. È una disciplina completa. Non è solo tirare pugni. Anzi, prima c'è tanta ginnastica, esercizi di coordinamento. Fa bene a chiunque, anche a chi ha problemi di salute mentale". "Uno dei nostri ragazzi stava sempre appartato, anche al centro diurno. Non legava con nessuno -racconta Stefano Conti, uno degli educatori di Aiutiamoli-. Con il corso di boxe è riuscito ad aprirsi agli altri e ora partecipa anche ad altre attività dell'associazione".

Spesso chi ha problemi di salute mentale viene visto come una persona potenzialmente pericolosa. A parte il fatto che si tratta di un pregiudizio -sottolinea Cristina Ardigò-, l'attività sportiva, e in particolare la boxe, permette invece di sfogare la rabbia. Una rabbia che deriva dal fatto di essere consapevoli di avere un problema che non permette di vivere pienamente la propria vita, di trovare un lavoro, di avere una relazione sentimentale". L'associazione Aiutiamoli, nata nel 1989 per iniziativa di alcuni parenti di malati mentali, oggi gestisce un centro diurno e un progetto di residenzialità leggera, costituito da una rete di appartamenti in cui vivono autonomamente alcuni pazienti con il sostegno e la supervisione di un'equipe di volontari e operatori. "Nel centro diurno abbiamo molte attività -ricorda la presidente dell'associazione-. Corsi di inglese, di teatro, di arte, di ballo latino americano… per citare solo alcuni. Organizziamo gite, visite, uscite in pizzeria. Il 24 maggio abbiamo partecipato al Cleaning day al Parco Sempione. Tutto questo perché i malati psichici non rimangano isolati, ma possano vivere bene in mezzo agli altri". (dp)

da redattoresociale.it

Nel 2011 il 2 per cento delle aziende aveva assunto disabili psichici, nel 2013 la percentuale è scesa allo 0,6 per cento: -72%. Dati presentati al convegno organizzato dall'Inail sull'inserimento lavorativo. Le patologie più presenti sono la depressione, l'ansia e l'Alzheimer

ROMA - Più di un milione di persone in Italia ha una malattia mentale o un disturbo del comportamento e solo il 13,2 per cento dichiara di avere un lavoro. Sono i dati dell'Istat presentati durante il convegno Inail sull'inserimento socio-lavorativo delle pazienti con disabilità psichica. Le patologie più presenti sono la depressione che colpisce il 4 per cento della popolazione, l'ansia (3 per cento), l'Alzheimer (l0,9 per cento) e il disturbo del comportamento alimentare (0,5 per cento).

L'obiettivo dell'iniziativa organizzata dell'Isfol, in collaborazione con l'Osservatorio nazionale sulla disabilità istituito presso il Ministero del Lavoro e Politiche Sociali, è quello di sviluppare il dibattito sull'inclusione sociale e valorizzare le risorse individuali dei pazienti. "Nella nostra società - ha detto Alfredo Ferrante, dirigente delle Politiche per le persone con disabilità del Ministero del Lavoro -, le persone con disabilità vivono una condizione di marginalità e i malati psichici subiscono una discriminazione più forte. Questo è un problema soprattutto culturale: dobbiamo superare la paura della diversità. Chi ha un disagio deve godere degli stessi diritti della maggior parte della popolazione. Solo così potrà avere una vita indipendente".

Secondo i dati Isfol, nel 2011 il 2 per cento delle aziende in Italia aveva assunto persone con disabilità psichica, nel 2013 la percentuale è scesa allo 0,6 per cento, con una diminuzione del 72 per cento. Per Franco Veltro, direttore del Dipartimento di salute Mentale del Molise, "il 70 per cento delle persone cha hanno una malattie psichiatrica desidera lavorare e il 75 per cento di queste patologie è causato dalle condizioni sociali. Ci si ammala di più quando si è poveri".

Un aspetto significativo della paura del diverso riguarda chi è affetto da schizofrenia: "Il 22 per cento ha un solo episodio nella vita di manifestazione di questa malattia senza alcuna compromissione delle abilità personali, ma solo il 10 per cento ha un lavoro retribuito - spiega Veltro -. Le Regioni cercano di fare quello che possono: nel Lazio sono stati avviati 1413 progetti di inserimento lavorativo ma solo 77 persone hanno ottenuto un lavoro. Nella maggior parte dei casi vengono assunti nelle cooperative sociali".

Secondo Franca Biondelli, sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro: "L'Organizzazione mondiale della salute ha calcolato che il tasso di disoccupazione per chi ha disturbi psichici si aggira al 70 per cento. Dobbiamo superare le barriere culturali che limitano l'accesso al lavoro e combattere lo stigma che è ancora forte. Mia sorella è affetta da un disagio mentale quindi capisco le difficoltà che incontrano le loro famiglie. Stiamo lavorando sul ‘dopo di noi' per non lasciare soli i pazienti dopo la morte dei loro genitori".

Dal 4 al 6 giugno al Dopolavoro ferroviario operatori, familiari, avvocati a confronto sulla cura della malattia mentale. Ci sarà anche il sottosegretario Vito De Filippo

PISTOIA. Dal 4 al 6 giugno a Pistoia si terrà l’incontro nazionale del Forum Salute Mentale, alla sua ottava edizione. Il convegno avrà luogo presso il Dopolavoro Ferroviario, in piazza Dante Alighieri 1. All’apertura dei lavori di giovedì 4 giugno interverrà il sindaco Samuele Bertinelli, che darà il benvenuto agli ospiti a nome della città.

Il Forum Salute Mentale, nasce oltre dieci anni fa con la Carta di Posillipo e il successivo documento programmatico redatto il 16 ottobre del 2003, in occasione del primo incontro nazionale a Roma. Motivo fondante, e tuttora linea guida del Forum, “ridurre la dissociazione tra enunciati e pratiche nel campo delle politiche della salute mentale”.

Tra gli aderenti al forum ci sono operatori, educatori, psichiatri, psicologi, persone che hanno vissuto o vivono l’esperienza del disagio psichico, familiari, giornalisti, sindacalisti, avvocati, magistrati. L’incontro di quest’anno, che vedrà la presenza del sottosegretario alla salute Vito De Filippo, sarà focalizzato sul significato della “cura” nell’ambito della salute mentale.

"Per denunciare la diffusione dei luoghi della cronicità - si legge nella nota di presentazione dell'iniziativa, che ne definisce l'obiettivo - il consumo insensato delle risorse, i Centri di salute mentale ridotti a meri ambulatori, le pratiche restrittive e poco rispettose della dignità umana nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, le porte chiuse, l’abuso farmacologico, le contenzioni, l’isolamento, le nuove forme di internamento dopo la chiusura per legge lo scorso 31 marzo degli ospedali psichiatrici


giudiziari, la contraddizione ora più che mai evidente tra cura, custodia, pena, responsabilità soggettiva e incapacità di intendere e di volere. Per interrogarsi sull’incuria che non ha mai abbandonato il campo della psichiatria e che ostacola l’approccio in termini di salute mentale".

da iltirreno.it

Martedì, 02 Giugno 2015 07:52

Il terribile è già accaduto

di Roberto Perrotti (da insalutenews.it)

Parlare di follia e di teatro desta un senso di libertà e qualche capogiro, perché delle due esperienze si può dire tutto e il contrario di tutto. Di una cosa siamo certi: gli argomenti si versano gli uni negli altri al punto che i loro piani si giustappongono.

Lo sapevano bene Dionisio e Proteo, numi tutelari delle identità multiple, delle metamorfosi e dell’alterità dell’attore e del folle.
Lo sapeva bene Eschilo che, con il personaggio di Oreste, espresse la follia legata alla colpa; lo sapeva Sofocle che condusse Aiace alla morte, soluzione definitiva per cancellare l’onta della follia; lo sapeva infine Euripide che mosse Medea verso la pazzia, dovuta allo straziante conflitto dell’animo umano.

Eppure il teatro non è solo interrogazione o rappresentazione, esso è il luogo elettivo della cura e della terapia, come vogliono gli studi teatrali e le ricerche psicologiche.
Alexandre Dumas, maestro del romanzo storico, a metà dell’ottocento, durante la sua permanenza a Napoli, assiste a una rappresentazione teatrale realizzata dai pazienti del manicomio di Aversa. Ne rimane profondamente turbato e affascinato.
Da quell’esperienza di teatroterapia si sono dipanate diverse interpretazioni, molteplici approcci, che hanno inteso organizzare l’autentica tragicità della messinscena.

Benché il binomio teatro-disagio sia stato analizzato con metodi diversi, il suo studio ha ampliato di molto i confini dell’arte teatrale e della speculazione psicologica.
Negli anni sessanta si è lavorato in modo sistematico, con soggetti disagiati, sia nelle associazioni, sia nei reparti ospedalieri, servendosi di laboratori teatrali e di workshop a indirizzo terapeutico.
Un nome fra tutti, Gary Brackett, regista e attore del Living Theatre di New York, che, affascinato dalla follia, ha introdotto tecniche come la recitazione non-fictional, (interpretazione non convenzionale), e l’espressionismo di Antonin Artaud, grande e folle autore.

Riferimento per molti sono apparsi i lavori dello psichiatra R.D. Laing, maestro dell’antipsichiatria, che nel libro Nodi ha elaborato il concetto di alienazione, attraverso la rappresentazione di “nodi”, di legami d’amore, di dipendenze e d’inquietudini.
Consapevole di quanto poco si conosca della follia dei “folli” e ancor meno di quella dei “sani”, la ricerca negli anni si è spinta verso un piano che sapesse coniugare esperienze in bilico fra il caos e l’ordine, fra l’ironia e il dolore.
Questa è la strada percorsa dai teatri della diversità, con laboratori di base e di ricerca. Si pensi al servizio psichiatrico di Forlì, al Living Follia di Triggiano, all’Officinateatro di Caserta, ai centri di salute mentale di Roma, di Trieste e di Modena; si considerino alcuni lavori di Ascanio Celestini e di Eugenio Barba.

In Campania, sull’orma medesima, è nata la rassegna, Tutti pazzi per il teatro, voluta dal Servizio di Salute Mentale di Puglianello, che propone un laboratorio teatrale permanente, una rassegna dei servizi psichiatrici campani e workshop formativi per operatori e pazienti.
Un programma deciso che non vuole occultare la diversità della follia ma rileggerla in modo ironico, provocatorio e consapevole.
Il sottotitolo di tale rassegna recita, Da vicino nessuno è normale, che fa da contrappunto a quello del Living Follia di Triggiano, secondo il quale, Il terribile è già accaduto.

da bikeitalia.it

Dei ricercatori inglesi dell’università di Reading stanno cercando volontari ultracinquantenni da coinvolgere in uno studio sui benefici dell’uso della bici sulla salute mentale. Gli unici requisiti necessari sono l’avere più di 50 anni e il “non essere un utilizzatore regolare di bici”.

Ai partecipanti verrà chiesto di pedalare per mezz’ora tre volte a settimana, per un totale di otto settimane. All’inizio e alla fine del periodo di prova verranno sottoposti ad alcuni test per valutare la loro memoria, attenzione e velocità nel risolvere test cognitivi.

Carien Van Reekum, uno dei ricercatori dell’università di Reading (dipartimento di Psicologia), ha affermato: “Al momento stiamo studiando i cambiamenti cognitivi ed emozionali che accadono quando si invecchia, e il modo in cui questi incidono sul benessere. Diversi studi recenti hanno dimostrato come l’esercizio fisico regolare sia uno dei fattori più importanti nel mantenere, o addirittura migliorare, le capacità di pensiero e ragionamento in età avanzata.

Il nostro team vuole capire se includere l’uso della bici nella routine quotidiana, ad esempio per andare al lavoro o a fare la spesa, possa avere un effetto positivo sulla salute mentale in età avanzata. I risultati di uno studio effettuato su un primo gruppo di volontari hanno suggerito che tutti i partecipanti hanno tratto beneficio dall’esperimento; molti di loro hanno scelto di continuare a usare la bici anche dopo il periodo di prova. Questi test sono un’ottima opportunità per riscoprire le gioie e i benefici del ciclismo, contribuendo allo stesso tempo a uno studio scientifico importante”.

I partecipanti al test riceveranno un corso gratuito per imparare a usare al meglio la bici, e un controllo gratuito delle condizioni della propria bici. Avranno anche la possibilità di provare una bici elettrica Raleigh.

Già in passato abbiamo riportato notizie relative a diversi studi che dimostravano i benefici della bici sulla salute fisica e mentale. Citiamo ad esempio questo studio sulla possibilità che pedalare con una certa intensità possa far regredire alcuni sintomi del Parkinson; e questo articolo sull’uso della bici nella riabilitazione post-infarto.

Nei Paesi Bassi, il 23% degli spostamenti effettuati da chi ha più di 65 anni sono fatti sulle due ruote a pedali; questa percentuale cala al 15% in Danimarca, al 9% in Germania e all’1% nel Regno Unito. Non sono disponibili dati aggiornati e specifici riguardo alla situazione in Italia.

da gazzettadimantova.it

Presentato a Milano il progetto della Provincia che si concluderà a fine anno. Nelle 54 aziende sparse per la Lombardia prestano la loro opera 1.400 persone.

MANTOVA. Mantova all'Expo con una delegazione della Provincia partita in autobus all'alba alla volta dell'esposizione di Milano. Scopo: presentare il progetto “Agricoltura sociale Lombardia”, che nel Mantovano è nato e ha coinvolto adesso altre sei province.

Si tratta di “esperienze di inclusione socio-lavorative”: il progetto promuove una serie di pratiche che coniugano l'aspetto imprenditoriale di un'azienda agricola con un programma di inserimento sociale rivolto a persone disabili, soggetti in difficoltà come tossicodipendenti, ex detenuti, minori a rischio, rifugiati politici, immigrati o donne in pericolo.

Già dal 2012 la Provincia di Mantova ha ideato e si è fatta promotrice di questa iniziativa, sviluppata assieme a For.ma e all'istituto Bigattera. Sono 54 ad oggi le aziende agricolo-sociali lombarde che hanno aderito (di queste il 63% sono cooperative, il 18% aziende agricole individuali e il 19% altre forme di impresa), sparse tra Mantova, Lodi, Milano, Monza Brianza, Como, Lecco e Bergamo.

Nel Mantovano sono 9 le aziende agricole aderenti, vale a dire la cooperativa sociale Virgiliana Onlus di Virgilio, la società agricola Cencio Molle di Curtatone, la cooperativa onlus “Pier Giorgio Frassati” di Canneto sull'Oglio, l'associazione di volontariato Hortus di Mantova, il centro polivalente Bigattera di Mantova, la cascina Sguazzarina di Castel Goffredo, la Ortovivai Basso Walter di Roncoferraro, l'azienda agricola Valle dei Fiori di Mantova e la cascina Basalganella di Ceresara. Il progetto, partito nell'ottobre dello scorso anno, si chiuderà il 31 dicembre del 2015, per un costo totale di 378.000 euro, interamente coperto da Regione e Province. Sono 1.400 le persone coinvolte, e di queste il 30% sono svantaggiati, con disabilità o difficoltà.

Ora il progetto è sbarcato all'Expo. Sino a domenica 31 maggio e dal 28 settembre al 4 ottobre, il padiglione del Terzo settore, ospiterà queste realtà. Folta la delegazione mantovana a Milano: il presidente della Provincia Alessandro Pastacci, la vicepresidente Francesca Zaltieri, Gianni Petterlini, che dirige il progetto, Andrea Poltronieri, direttore di progetto per For.ma, l'assessore regionale alle Politiche Agricole Gianni Fava e Albertina Chirico, responsabile del Centro polivalente Bigattera. (n.a.)

da Gazzetta di Mantova

L’associazione di volontariato a fianco dei bimbi malati di tumore ha iniziato con 4 soci: ora sono più di 400 Dall’Abeobolla all’Abeonave. Oggi anche aiuti alle famiglie

di Alessandra Lovatti Bernini

MANTOVA. Abeo da vent'anni è a fianco dei bambini malati di tumore. Fondata nel 1995, l’Abeo, associazione bambino emopatico oncologico onlus, svolge attività di volontariato per aiutare i bambini colpiti dalle più aggressive malattie oncologiche del sangue, come leucemie, talassemie, immunodeficienze e alcuni tumori solidi. Abeo è partita 20 anni fa con 4 soci e 600 potenziali donatori iscritti al Registro nazionale.

Oggi i soci sono più di 400, i volontari sono un centinaio e gli iscritti al Registro 3.700, di cui 33 donatori. Un numero molto importante, se si pensa che la probabilità di trovare un donatore compatibile fuori dall'ambito famigliare è di uno ogni 100mila. In 20 anni Abeo ha raccolto 2.200.000 euro ed ha investito in attività sociali 1.700.000 euro, mentre i restanti hanno coperto i costi di gestione.

Tantissimi i traguardi raggiunti. La presenza costante dei volontari nelle sezioni di pediatria ha sempre permesso di far sentire a casa i piccoli pazienti, ma anche di supportare le famiglie che altrimenti si troverebbero ad affrontare da sole il lungo percorso della malattia. Nel 2011 è stata inaugurata Abeobolla, una struttura ludica nel nuovo reparto di pediatria dell'ospedale Carlo Poma di Mantova che mette a disposizione dei bambini ospedalizzati anche attrezzature e figure professionali a loro dedicate.

Due anni dopo, nel 2013 è stata inaugurata Abeonave, una struttura analoga, situata però all'ospedale di Asola. Nel 2014 è partito a pieno regime il progetto Abeo Sostegno, che in collaborazione con Asl Mantova, fornisce aiuto alle famiglie di bambini affetti da malattie rare. Il sostegno fornito va oltre all'assistenza medico-sanitaria. Attualmente sono otto le famiglie di cui Abeo si prende cura, che vengono aiutate, a seconda dei bisogni, con assistenza domiciliare, trasporto protetto, consulenti legali e fiscali, supporto economico e individuazione di centri specializzati per la malattia del bambino.

Nel 2014 è cresciuto anche il progetto "La mia vita in te", in cui Abeo, insieme ad Avis, Admo, Aido, Asl, Azienda ospedaliera Carlo Poma, Ufficio scolastico territoriale, Provincia e Csvm aiuta a diffondere la cultura della donazione di midollo osseo, sangue e organi. Siccome è molto difficile trovare pediatri che vogliano lavorare a Mantova, nel 2013 Abeo ha deciso di stanziare 90.000 euro all'anno per tre anni per borse di studio a sostegno degli specializzandi di pediatria al Carlo Poma. Molti ancora, però, i sogni da realizzare. Per il 2015, Abeo si propone di formare nuovi volontari attraverso corsi e seminari, per prepararli a fornire assistenza domiciliare ad hoc per i bambini ammalati e le loro famiglie.

"Tantissimi ci sostengono- spiegano Vanni Corghi ed Alvise Mantovani, presidente e segretario di Abeo- e la vera nostra forza sono tutti coloro che mettono il loro cuore per la nostra associazione, i volontari, i soci e i donatori. Un grazie particolare va a Fondazione Cariplo e a Fondazione Comunità Mantovana per il loro preziosissimo sostegno." Abeo cerca continuamente nuovi volontari, soci e donatori. Per diventare donatore di midollo osseo è sufficiente avere dai 18 ai 40 anni, godere di buona salute ed effettuare un prelievo di sangue e permette di salvare molte vite. Per info: www.abeo-mn.it.

La storia di Salvatore da Palermo commuove l’Italia intera.

E’ intelligente, colto e sempre in grado di dare un sostegno ed una mano d’aiuto a chi come lui soffre periodicamente di piccole crisi nervose. Salvatore, diversamente da altri, avendo intrapreso un percorso terapeutico da diversi anni, e’ pienamente consapevole delle sue capacita’ e di cio’ che potrebbe fare a livello lavorativo. Il suo sogno e’ proprio quello di trovare un occupazione anche part-time che possa allontanare anche la preoccupazione del futuro dopo i genitori. Il giovane ha 41 anni, infatti, vive con i genitori e soffre ormai da 13 anni di una disabilita’ mentale di tipo schizzo-affettivo. Salvatore, ormai ha raggiunto un equilibrio che gli permette di essere sereno ed operativo come tutti. “Sogno un lavoro di tipo amministrativo in un ufficio pubblico o privato dove per legge e’ previsto una quota riservata a noi – dice in un’intervista all’Ansa-. Le aziende oggi purtroppo preferiscono pagare una sanzione pecunaria piuttosto che assumere uno come me. Ho gia’ lavorato in passato ma, adesso non trovo piu’ niente. Sono titolato ma non appena racconto il mio stato di salute mentale vengo, nelle forme piu’ varie emarginato e discriminato. Il mio desiderio sarebbe riuscire a fare quello per cui ho studiato magari affiancando qualcuno in materia di contabilita’“.

Mi rendo perfettamente conto che da solo non potrei gestire un ufficio – continua -. In questo momento vorrei fare qualsiasi lavoro. Capisco che non posso fare tutto ma posso fare tanto. Vorrei fare capire che occorre superare lo scoglio della salute mentale e non sono un pazzo. Vorrei avere qualcuno che mi desse una possibilita’: quella fiducia professionale iniziale che mi permetterebbe di dimostrare cosa so fare“. Salvatore, per adesso, ha soltanto la pensione d’invalidita’ di 290 euro. “Ho un fratello sposato ma lui ha la sua famiglia. Faccio parte dell’associazione di familiari Meravigliosamente che ha sede in uno dei padiglioni dell’Asp 6 presso l’Isil (inclusione sociale e lavoro) dove ho tanti amici. Non ho mai vissuto la solitudine perche’ con il tempo mi sono fatto tanti amici e mi sono sentito sempre accettato. Sono circondato da affetto e professionalita’. L’unico mio tormento e’ soltanto la mancanza di una occupazione lavorativa – dice ancora -. Spesso do sostegno e aiuto a tanti altri giovani che vivono forme di disagio come il mio. I ragazzi mi cercano e questo mi fa stare bene anche perche’ riesco a capire in profondita’ la loro sofferenza. Mi piacerebbe anche riuscire a lavorare, magari in futuro, aiutando chi sta peggio di me. Per fortuna non sono solo e ho tanta voglia di continuare a sperare in un futuro diverso“.

Salvatore ha lavorato per alcuni mesi con una borsa lavoro all’interno del vivaio Ibervillea. Ha iniziato a stare male poco prima di laurearsi in economia e finanza quando aveva 28 anni, studiando circa 10 ore al giorno. Gli mancavano gli ultimi dieci esami, quando per il forte stress gli e’ venuto un esaurimento nervoso. Da quel momento ha iniziato una fase diversa della sua vita in cui non sono mancati i ricoveri ospedalieri. “Nonostante tutto mi volevo laureare a tutti i costi e alla fine con l’aiuto del Cup (centro universitario disabili) – racconta ancora -, assegnandomi un tutor ci sono riuscito. La laurea dopo mille difficolta’ e’ arrivata nel 2009 e quando mi hanno proclamato dottore sono scoppiato in lacrime di gioia. Mi sono laureato con la grande soddisfazione mia e della mia famiglia. Per un breve periodo sono andato pure a Londra, in Cornovaglia a lavorare con mio cugino come cameriere in un ristorante. Ho fatto il tirocinio per 18 mesi da un commercialista e adesso mi sto preparando per l’esame di abilitazione come esperto contabile“. “Chiedo al garante regionale delle persone con disabilita‘ – dice infine con forza – di aiutarci nell’applicazione della legge in materia di inserimento socio lavorativo negli enti pubblici e privati della Sicilia. Ricordo che l’Asp e l’universita’ di Palermo sono da questo punto di vista scoperti per diverse unita’ di disabili da assumere ai sensi della legge 68/99. Mi rendo conto che per gran parte delle persone il mondo della salute mentale e’ veramente sconosciuto e sono tante, ancora, le chiusure e i pregiudizi che andrebbero, a poco a poco sfatati. La societa’ e’ dura ma la speranza non la perdero‘”.

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