
Dalla luce alle tenebre meraviglia in una esperienza sensoriale diversa con un valente Ensemble in “Concerto al buio” affascinante incontro musicale e culturale per MantovaMusica Eterotopie/Inventare la musica venerdì 11 settembre 2026 e nella atmosfera suggestiva del Tempio di San Sebastiano al buio. All’improvviso, sugli spazi delineati da Leon Battista Alberti, con proporzioni geometriche, calava il buio.
L’Ensemble dal titolo affascinante “Sentieri selvaggi” era formato dai virtuosi Piercarlo Sacco violino I, Daniele Richiedei violino II, Virginia Luca viola e Ava Shimura violoncello. Si è tenuto lo spettacolo originale in collaborazione con Festivaletteratura che consisteva in Georg Friedrich Haas (1953) Quartetto per archi n. 3 ”In iij. Noct”: tenebre e scrittura a fascia. Nel suo 3° Quartetto d’archi Georg Friedrich Haas prosegue la ricerca nelle varietà di sonare al buio, iniziata nelle composizioni di Adolf Wölfli.
Il buio non come un’assenza di luce, ma si tramuta nel motivo dell’opera: tutto il pezzo interpretato in oscurità, i musicisti son posti alla maggiore distanza possibile nei quattro angoli della sala e con esiti improvvisativi e il pubblico al centro. Il 3° Quartetto d’archi è formato “vocalmente”, molti segni sono liberi per i musicisti, che comunicano solo col suono, si richiamano a formare sviluppi musicali, poi un altro processo assoli: il brano unisce solitudine e unità.
Pezzo dalle sonorità metalliche ed evocativo della lontananza ha un aspetto particolare di continuum con le note degli archi pizzicate e spaziali, fischi e scricchi e suono rumore, che ricorda la musique concrète: coinvolgente e tenebroso. Il pezzo è legato alla vicenda biografica della deportazione, vicenda nazista dei genitori della famiglia. La durata dello spettacolo viene decisa solo durante la rappresentazione: il minimo è di 35 minuti estesa a quasi un’ora con tenebre e lontane suggestioni.
È un’arte che chiede alla corporeità quello che l’ambientazione rimandava al pensiero. Si protendeva la ricerca: trasparivano segni tremolanti e tensione incerta. Il dissidio interiore con i 4 musicisti nell’oscurità stagliava una domanda esistenziale. Nel suo 3° Quartetto d’archi Haas ricorda György Ligeti con micropolifonia, microintervalli e armonici naturali; è menzionato nella musica spettrale di ispirazione trascendente con Giacinto Scelsi e vicino a John Cage ed al poeta romantico Friedrich Hölderlin. La sua poetica offre emozioni e pensieri che si compenetrano nell’ascolto.
Hanno spiegato che “in un Quartetto percettivo si sconvolgono gli equilibri sensoriali, in una partitura emergono la dettagliata ciclicità quasi ipnotica e gestualità con stanze musicali precise, a turno una stanza per volta (con tre sezioni) con inviti facoltativi tra gli strumentisti a rispondere ed importante alla fine il tema di Gesualdo Da Venosa dai “Tenebrae responsoria” che richiama un girone dantesco sconvolgente, intenso e oscuro”. Alla fine emerge la citazione di da Venosa, dai responsori (Feria V, Resp. VII). In questo luogo dell’ombra, la voce profonda del tema di Gesualdo spiccava misterica, un altro momento dove la forma diventa passione. Gesualdo e Haas sono legati nelle armonie travolgenti, al buio, interrogandosi sul nulla.
Gli Autori si collegavano in una espressiva visione drammatica, in cerca della verità. Il brano è iniziato con un minuto di buio per assuefarsi. Faceva meditare profondamente con la spazializzazione e gli effetti degli archi e ricordava il tempo di guerra e i film noir. L’autore si è allontanato dal serialismo e il decostruttivismo: l’emozionalità di molte delle sue opere è oscura, buia.
Si nota per aver affrontato temi come il dolore, la malattia e infine la morte e la meditazione e percorre una strada che sembra dedicata ai non vedenti e all’affinamento dell’udito, degli altri sensi e richiede il virtuosismo degli esecutori nel comprendere il rapporto buio suono.
Il Famedio luogo sacro era attraversato cripticamente nella sua ombra d’architettura magica e numerica.
Sonorità sospese, architetture invisibili d’oltretomba, infinito mistero. Nella tenebra il suono si materializzava libero; non veniva da una meta e non aveva requie. Immensi oscuri inferi labirintici con la pianta segnata dai rosoni grigi e con un’intermittente rara lampada. E ricordiamo infine al ritorno il verso dantesco “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.
Barbara Baroni
