Ci sono musicisti che ascolti.
E poi ce ne sono alcuni che, mentre li ascolti, ti fanno venire voglia di andare a cercare.
Bruce Cockburn, per me, appartiene alla seconda categoria.
E forse è proprio per questo che oggi torno a lui.
Quando penso alla musica di quegli anni, penso alla mia stanza, alla macchina da scrivere Olivetti, alla televisione accesa su Videomusic, alle trasmissioni radiofoniche che aspettavo la sera. Penso alla musica che non era soltanto compagnia, ma una specie di finestra aperta su un mondo molto più grande.
E penso anche alla mia Green, la fanzine che avevo creato, e al primo nucleo dell’Italian R.E.M. Fans Club.
Era un periodo nel quale cercavo. Cercavo dischi, informazioni, persone, parole.
Bruce Cockburn era uno di quegli artisti che sembravano fatti apposta per una persona curiosa.
Perché con lui la canzone non finisce quando finisce la canzone.
Bisogna chiedersi da dove arriva.
Nel caso di Cockburn, spesso la risposta porta molto lontano: America Centrale, guerre, sfruttamento, ambiente, popoli indigeni, povertà, potere.
La sua musica politica non nasceva semplicemente da una posizione ideologica presa a tavolino. Il suo sguardo era spesso legato a ciò che aveva visto direttamente. If I Had a Rocket Launcher, per esempio, nacque dopo il viaggio in Messico e l’incontro con rifugiati guatemaltechi; l’esperienza lo colpì al punto da trasformarsi in una delle sue canzoni più dure.
Ma oggi non voglio partire da quella canzone.
Voglio partire da “If A Tree Falls”.
Perché in quella canzone c’è già tutto il Cockburn che mi interessa: la foresta amazzonica, la distruzione ambientale, il profitto, l’idea di una natura trattata come una merce. Il brano appartiene a Big Circumstance, album nato dalle esperienze dei suoi viaggi e descritto dallo stesso archivio ufficiale di Cockburn come un lavoro segnato da guerra, repressione e devastazione ambientale.
È una canzone che non ti lascia semplicemente un’opinione.
Ti lascia una domanda.
E forse è proprio questo che cerco ancora oggi nella musica.
Non qualcuno che pensi al posto mio.
Qualcuno che mi faccia pensare.
Bruce Cockburn, oggi
La cosa curiosa è che oggi io ascolto Cockburn con una testa diversa da quella di allora.
Non cerco necessariamente nelle sue canzoni le mie stesse idee.
Non ne ho bisogno.
Anzi, penso che una delle cose più belle che possa fare la musica sia permetterci di incontrare una voce diversa dalla nostra senza obbligarci a diventare qualcun altro.
Io posso ascoltare Cockburn, riconoscere la forza della sua denuncia e, nello stesso tempo, farmi le mie domande.
È una libertà che oggi considero preziosa.
E che forse, negli anni in cui ascoltavo Stereodrome e mettevo insieme la mia Green, non sapevo ancora di avere.
Cockburn, intanto, continuava a scrivere.
Nel 1990 arrivò il suo album dal vivo, registrato nell’agosto dell’anno precedente, che documenta proprio quella fase della sua carriera: Call It Democracy, Tibetan Side of Town, Nicaragua, Stolen Land e altri brani mostrano quanto il suo repertorio fosse ormai profondamente legato alla realtà politica e sociale.
Poi, nel 1991, arrivò Nothing But a Burning Light.
E qui troviamo un altro Cockburn.
Più raccolto, più spirituale, ma tutt’altro che disarmato.
“Kit Carson” guarda alla violenza della conquista e alla costruzione dell’eroe americano. “Mighty Trucks of Midnight” parla di fabbriche che si spostano, lavoro che scompare, economie che attraversano i confini lasciandosi dietro persone e comunità. “Indian Wars” porta il discorso fino al presente, mostrando come le vecchie guerre possano assumere forme nuove.
È un disco che mi interessa proprio per questo.
Non urla sempre.
Ma non arretra.
E forse è questa la qualità che oggi mi piace ritrovare.
Sei canzoni per entrare nel mondo di Bruce Cockburn
1. If A Tree Falls
da Big Circumstance
È il punto di partenza. La foresta pluviale diventa il simbolo di una civiltà che distrugge ciò che non riesce a trasformare immediatamente in profitto. Cockburn non fa una predica: costruisce immagini e lascia che siano loro a parlare. È uno dei suoi brani ambientalisti più potenti.
2. Call It Democracy
da World of Wonders
Qui Cockburn entra direttamente nel terreno della politica internazionale. Il titolo è già una provocazione: quando chiamiamo “democrazia” qualcosa, lo è davvero? È uno dei brani che meglio rappresentano la sua capacità di mettere in discussione il linguaggio con cui il potere racconta se stesso. Il brano è presente anche nel suo Live del 1990.
3. Tibetan Side of Town
da Big Circumstance
Una scelta meno ovvia. Ed è proprio per questo che la voglio qui. Cockburn non è soltanto denuncia: è anche viaggio, osservazione, incontro con culture e luoghi lontani. Il brano porta dentro la musica quella dimensione di ricerca che rende il suo lavoro molto più grande della semplice “protest song”. È presente anche nella scaletta di Live.
4. A Dream Like Mine
da Nothing But a Burning Light (1991)
Qui cambiamo prospettiva. Non siamo più soltanto davanti alla denuncia: c’è il desiderio di recuperare qualcosa, di immaginare un equilibrio diverso. È una canzone sulla possibilità di non lasciarsi schiacciare. Il brano fu scritto nell’agosto 1990 e compare in apertura dell’album del 1991.
5. Kit Carson
da Nothing But a Burning Light (1991)
Questa è una delle canzoni che sceglierei per spiegare perché Cockburn non è un autore da ascoltare distrattamente. Prende una figura della storia americana e la usa per interrogare il rapporto fra mito, conquista e violenza. È una canzone storica, ma non guarda soltanto al passato: ci chiede cosa succede quando trasformiamo la violenza in leggenda.
6. Mighty Trucks of Midnight
da Nothing But a Burning Light (1991)
E qui arriviamo all’economia, al lavoro, alla globalizzazione che cominciava a cambiare radicalmente il mondo. La fabbrica si sposta, il lavoro segue il costo più basso, le comunità restano indietro. È un pezzo che, ascoltato oggi, può persino sembrare scritto molto più tardi. In realtà è del 1991.
E allora, perché Bruce Cockburn?
Perché riascoltarlo oggi mi fa tornare in mente una cosa semplice.
La musica può essere una forma di libertà.
Lo era allora, quando avevo bisogno di uno spazio mio.
Lo è ancora oggi, ma in maniera diversa.
Allora ascoltavo per scoprire.
Oggi ascolto anche per capire ciò che avevo scoperto.
E questa è forse la vera ragione per cui Bruce Cockburn entra in Tempo per La Musica.
Non per stabilire chi avesse ragione nel 1989, nel 1990 o nel 1991.
Non per distribuire patenti politiche.
Ma per tornare davanti a quelle canzoni e fare una cosa che mi è sempre piaciuta:
ascoltare, cercare, verificare, farmi una domanda e poi cercare ancora.
È lo stesso filo che partiva da una stanza, una Olivetti, Videomusic e una radio accesa la sera.
Solo che oggi, quella ricerca, posso raccontarla.
E forse è questo il modo migliore che ho trovato per riprendere in mano una parte di me che non era mai sparita davvero.
La musica è ancora lì.
E io sono tornata ad ascoltarla.
Paola Morandini (per Rete 180)
