David Bowie

L’uomo che non volle mai diventare una definizione

Ci sono artisti che si ascoltano. E poi ce ne sono alcuni che, prima o poi, ci vengono incontro.

David Bowie appartiene alla seconda categoria.

Non è facile raccontarlo senza cadere nella biografia, nelle trasformazioni, nei personaggi, nei costumi, nei grandi album. Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Duca Bianco, Berlino, gli anni Ottanta… Bowie è stato tutto questo.

Ma forse è stato soprattutto una cosa: un uomo che non ha mai accettato che qualcun altro decidesse chi dovesse essere.

Ed è proprio questo che me lo fa sentire vicino.

Non necessariamente per le sue idee politiche, né per tutte le sue scelte personali. Bowie non è certo un artista da prendere “in blocco”. Alcune sue posizioni, alcune provocazioni e alcune fasi della sua vita sono lontane dalla mia sensibilità.

Ma c’è qualcosa di più profondo.

C’è l’idea della libertà individuale. Del diritto di cambiare. Di poter attraversare una fase della propria vita, lasciarsela alle spalle e ricominciare senza dover chiedere il permesso.

E soprattutto c’è il rifiuto delle etichette.

Bowie ha cambiato pelle continuamente, ma non per inseguire ciò che il pubblico voleva da lui. Al contrario: spesso sembrava quasi voler sfuggire proprio all’immagine che gli altri avevano costruito.

Questa, per me, è una forma autentica di ribellione.

Non quella che ha bisogno di gridare continuamente contro qualcuno.

Quella più difficile: pensare con la propria testa.

Forse è anche per questo che Bowie riesce ancora oggi a parlare a persone appartenenti a generazioni diverse. Perché non offre una risposta definitiva. Offre la possibilità di cercare.

E cercare, qualche volta, significa anche ammettere di non sapere ancora chi siamo.

1. CHANGES

Il cambiamento come necessità.

È il punto da cui partirei.

“Changes” non è semplicemente una canzone sul cambiare. È quasi una dichiarazione di principio: la vita non rimane ferma e noi, volenti o nolenti, cambiamo con lei.

E forse la vera ribellione sta proprio qui: non avere paura di riconoscere che la persona che siamo oggi non è necessariamente quella che eravamo ieri.

2. LIFE ON MARS?

La realtà non basta.

Una delle canzoni più visionarie di Bowie.

“Life on Mars?” prende la normalità quotidiana e la guarda attraverso uno specchio deformante: cinema, sogni, solitudine, immaginazione, assurdità.

È una domanda senza una risposta facile.

Ed è proprio questo il suo fascino: quando la realtà sembra troppo stretta, bisogna almeno avere il coraggio di immaginare che possa esistere qualcosa di diverso.

3. REBEL REBEL

L’identità senza permesso.

Qui Bowie smette quasi di spiegare e comincia semplicemente a provocare.

“Rebel Rebel” è libertà, ambiguità, sfida alle aspettative.

Ma soprattutto è una canzone che non sembra interessata a chiedere il permesso di essere quello che è.

Per una “Paola ribelle”, direi che basta questo.

4. HEROES

Resistere, anche soltanto per un giorno.

“Heroes” ha una forza particolare perché non racconta un’eroicità gigantesca.

Racconta due persone che, per un momento, decidono di essere più forti di ciò che le circonda.

Non serve conquistare il mondo.

A volte essere eroi significa semplicemente non cedere.

Ed è forse una delle idee più belle che Bowie abbia lasciato nella sua musica.

5. STATION TO STATION

La trasformazione.

Qui entriamo nel Bowie più enigmatico.

“Station to Station” è viaggio, inquietudine, spiritualità, cambiamento. È una canzone che sembra muoversi continuamente verso qualcosa senza dirci esattamente dove voglia arrivare.

Ed è proprio questo il punto.

Non sempre nella vita abbiamo una destinazione chiara.

A volte sappiamo soltanto che non possiamo più rimanere dove eravamo.

6. I’M AFRAID OF AMERICANS

Quando la ribellione guarda il mondo negli occhi.

Con “I’m Afraid of Americans” Bowie cambia ancora registro.

Qui non c’è più soltanto l’individuo che cerca se stesso. C’è uno sguardo inquieto sulla società contemporanea, sulla cultura di massa, sull’omologazione.

È il Bowie che osserva il mondo e non si limita ad accettarlo.

E forse è una buona conclusione proprio per questo: dopo aver parlato per tutta la vita di identità e trasformazione, Bowie torna a guardarci e a chiederci, implicitamente, quanto di ciò che siamo sia davvero nostro.

Sei canzoni. Sei passaggi.

Cambiamento.
Immaginazione.
Ribellione.
Resistenza.
Trasformazione.
Consapevolezza.

Non so se David Bowie possa essere definito “dei nostri”.

Probabilmente non avrebbe nemmeno apprezzato la domanda.

Ma forse è proprio questa la ragione per cui oggi posso ascoltarlo e sentirlo, almeno in parte, mio.

Perché la ribellione più autentica non consiste necessariamente nel combattere tutto ciò che ci circonda.

A volte consiste nel non permettere al mondo di decidere chi siamo.

E Bowie questo lo ha fatto per tutta la vita.

Paola Morandini (x Rete 180)