Presso il Museo Diocesano di Mantova è stato presentato il saggio storico di Mario Sassi, “Il sarto del Papa, storia di una progenie”, edito da Nicola Sometti. Durante l’evento, Nanni Rossi ha definito l’opera un eccellente esempio di “microstoria” locale, capace di illuminare la grande storia d’Italia e della Chiesa. Il libro traduce in testimonianza scritta i racconti del nonno dell’autore, che fu il giovane cocchiere di Monsignor Sarto, il futuro San Pio X.
La vicenda storica ha inizio nel 1866, anno dell’annessione di Mantova al Regno d’Italia dopo 150 anni di rigida dominazione austriaca. In un clima cittadino fortemente anticlericale, segnato dalla chiusura dei seminari, Monsignor Sarto venne inviato in città nel 1885 per sanare la frattura sociale, rimanendovi fino al 1893, quando venne nominato Patriarca di Venezia. Una famiglia di sarti mantovani, antenati dell’autore, ironizzando sul loro lavoro di “sarti” e sul suo cognome “Sarto“, gli offrirono il loro aiuto per lo svolgimento del compito assegnatogli.
Questo legame spontaneo aiutò il vescovo a superare il muro di diffidenza dei cittadini in un contesto complesso. Mantova era infatti una provincia fortemente socialista e la stessa Chiesa locale era divisa dalle spinte dei “preti liberali”. Sarto, percepito inizialmente come “austriacante” per le sue origini venete, impose un rigore disciplinare che incluse il celebre divieto per i sacerdoti di usare la moderna bicicletta, misura poi mitigata concedendone l’uso solo previa complessa autorizzazione scritta.

Il saggio si sviluppa poi come un’avvincente saga incentrata sul quartiere popolare mantovano del “Tigrai“, coprendo un arco temporale che va dai primi del Novecento fino al 1974. Prima di assumere questa denominazione – nata spontaneamente nel periodo delle guerre coloniali dall’esclamazione di un residente al suo ritorno dall’Africa – la zona era nota come “Borgo della Fiaccacollo” e successivamente “Borgo Pio“. Sassi documenta le condizioni abitative estreme delle origini, quando le famiglie più povere vivevano ammassate all’interno delle antiche stalle dei Gonzaga a Palazzo Te, separate solo da tende di stoffa e prive di ogni intimità.
Solo nel 1937 vennero edificate le case popolari in muratura nel quartiere, chiamato anche Borgo Te o Borgo Galeazzo Ciano. Nonostante i pregiudizi della borghesia, che lo considerava un covo di delinquenti, il borgo era popolato da onesti lavoratori edili che affrontavano la miseria e l’isolamento geografico. Il Tigrai era infatti delimitato dalla ferrovia e da canali, privo di servizi igienici interni e tormentato dalle annuali esondazioni di un fossato.
Stanchi dell’indifferenza istituzionale, i residenti organizzarono una clamorosa protesta al Teatro Sociale di Mantova durante la “Festa della Stampa“. Rifiutando con dignità una misera offerta in denaro, i manifestanti ottennero infine dal Comune la copertura del canale e la messa in sicurezza della zona.
Attraverso foto d’archivio e racconti personali, l’autore rievoca la vita quotidiana del borgo, caratterizzato da un’estrazione fortemente laica e anticlericale. Spicca la figura di Don Dante Lasagna, che aprì una cappella in un circolo ARCI e, dopo aver affrontato con coraggio le rumorose contestazioni dei residenti, ne conquistò il profondo rispetto.

Sassi tratteggia con schiettezza la miseria del dopoguerra, ricordando la famiglia dei “Gidoni“, costretta a rubare galline per fame, e l’episodio tragicomico del pollo regalato alla madre dell’autore per aver assistito un parto difficile, pentola poi occultata nella latrina per l’arrivo della polizia. Trovano spazio anche la squadra di calcio locale, il riscatto sociale del padre dell’autore come netturbino comunale e l’affettuoso ricordo della stimata maestra Maria Meneghello.
Oggi dell’antico assetto del Tigrai non rimane quasi nulla a causa delle demolizioni per la riqualificazione urbana. L’unica straordinaria eccezione è l’ultima casetta dei fratelli Gidoni, risparmiata grazie a un antico contratto d’affitto centenario, oggi considerata un vero e proprio “monumento alla memoria” del quartiere. La presentazione si è conclusa con i commossi ringraziamenti dell’autore all’editore Sometti e al Professor Alberto Navarrini.
