16 Horsepower – La musica che viene dal buio

Ci sono gruppi che scopri perché qualcuno te li consiglia.

E poi ce ne sono altri che sembrano arrivare da un posto molto più lontano. Da un’America che non è quella delle grandi città, dei grattacieli e delle luci. Un’America fatta di strade secondarie, chiese, polvere, vecchi strumenti, peccato, fede, morte e redenzione.

I 16 Horsepower appartengono decisamente alla seconda categoria.

Li ho scoperti tardi. E forse è proprio questo il bello.

Non sono una di quelle band che ti vengono continuamente riproposte, che trovi in ogni playlist o che qualcuno ti mette davanti dicendoti: “Devi assolutamente conoscerli”.

Eppure, quando li ascolti, hai quasi la sensazione che avresti dovuto incontrarli prima.

La loro musica è difficile da spiegare.

C’è il country. C’è il folk americano. C’è il gospel. Ci sono strumenti che sembrano arrivare da un’altra epoca. Ma dentro ci sono anche il rock, il punk, il gotico e qualcosa di profondamente inquieto.

E soprattutto c’è una voce, quella di David Eugene Edwards, una voce che non sembra cantare semplicemente una canzone. Sembra raccontare una storia davanti a un fuoco, dentro una chiesa vuota o lungo una strada che non porta necessariamente da nessuna parte.

Edwards è un uomo profondamente religioso e la sua fede cristiana è parte integrante della sua musica. Ma non è una fede rassicurante, da cartolina, è una fede tormentata, qui ci sono peccato e perdono. C’è Dio, ma c’è anche il diavolo. C’è la fragilità dell’uomo. C’è la paura della morte. C’è la possibilità della redenzione, ma non viene mai regalata.

È un mondo duro, e proprio per questo, stranamente, è un mondo vero, i 16 Horsepower non cercano di rendere la vita più bella di quello che è, guardano il buio, e poi provano a trovare una luce, forse è questo che mi ha colpita.

BLACK SOUL CHOIR

Il punto da cui cominciare.

Se dovessi far ascoltare una sola canzone dei 16 Horsepower a qualcuno che non li conosce, probabilmente sceglierei questa.

Black Soul Choir arriva come una specie di rito oscuro.

Batteria, voce, atmosfera, quella tensione che sembra crescere continuamente.

È il lato più immediatamente riconoscibile della band: spiritualità e inquietudine messe insieme.

Non è musica da ascoltare distrattamente mentre si fa altro.

Chiede attenzione.

E quando gliela dai, comincia a entrare sotto pelle.

Black Soul Choir è presente nell’album Sackcloth ‘N’ Ashes del 1996 ed è tuttora uno dei brani più ascoltati del gruppo su Spotify.

AMERICAN WHEEZE

L’America che non vediamo nelle cartoline.

Qui c’è tutta quella strana miscela che rende i 16 Horsepower così difficili da catalogare.

È americana, profondamente americana.

Ma non è l’America luminosa.

È quella delle periferie, delle strade, delle chiese, delle famiglie, delle inquietudini e delle storie che si tramandano.

American Wheeze appartiene a Sackcloth ‘N’ Ashes ed è anche uno dei loro brani più rappresentativi dal vivo.

Ed è forse proprio ascoltandola che si capisce una cosa: questi non sono semplicemente musicisti che fanno country in modo strano.

Stanno recuperando una memoria musicale antica e la stanno portando dentro il presente.

WAYFARING STRANGER

La strada verso casa.

Questa non è una canzone scritta dai 16 Horsepower.

È un traditional americano, antico, legato alla tradizione spirituale e religiosa.

Ed è perfetta per capire da dove arrivi una parte importante del loro immaginario.

La versione dei 16 Horsepower è contenuta in Secret South, uno dei loro album fondamentali, e il brano compare anche nella loro discografia live.

È una canzone sulla morte, sul viaggio e sulla speranza di arrivare finalmente dall’altra parte.

Non c’è bisogno di essere religiosi per sentirne la forza.

Perché, alla fine, siamo tutti viandanti.

COAL BLACK HORSES

Quando il buio diventa immagine.

Ci sono artisti che descrivono le cose.

Edwards spesso le evoca.

In Coal Black Horses basta il titolo per vedere qualcosa: cavalli neri, una strada, la notte, una presenza che arriva.

È una delle canzoni che meglio rappresentano il lato quasi cinematografico dei 16 Horsepower.

Non ascolti soltanto.

Vedi.

E forse è proprio questa una delle loro qualità più particolari: trasformare la musica in immagini senza bisogno di spiegare tutto.

Il brano è disponibile anche nella versione live di Live March 2001.

THE PARTISAN

La storia entra nella musica.

Qui arriva una sorpresa.

The Partisan non nasce nel mondo dei 16 Horsepower: è la loro interpretazione della celebre canzone di Anna Marly e Leonard Cohen, legata alla Resistenza francese.

E questo brano mostra un’altra caratteristica della band: il rapporto con il passato.

Non è nostalgia.

È memoria.

I 16 Horsepower prendono una canzone che appartiene a un’altra epoca e la fanno entrare nel loro universo oscuro, restituendole una dimensione quasi spettrale.

La loro versione è comparsa come singolo e anche in Live March 2001.

E forse è proprio qui che ho capito una cosa.

La tradizione, quando è vera, non è qualcosa che ci tiene fermi.

Può diventare materia viva.

SACKCLOTH ‘N’ ASHES

Peccato. Fede. Redenzione.

Il titolo stesso dice già moltissimo.

Sackcloth and ashes: il sacco e la cenere della penitenza.

È probabilmente la conclusione più naturale di questo piccolo viaggio.

Perché alla fine i 16 Horsepower non sono semplicemente una band “dark”.

Il buio non è il loro punto d’arrivo.

È il luogo dal quale cercano qualcosa.

Una risposta.

Un perdono.

Una possibilità di salvezza.

E questo rende la loro musica diversa da tanto rock contemporaneo che usa il dolore soltanto come estetica.

Qui il dolore ha un significato.

Non viene celebrato.

Viene attraversato.

Perché ascoltare oggi i 16 Horsepower?

Forse perché viviamo in un’epoca nella quale tutto deve essere spiegato, semplificato, classificato.

Destra o sinistra.

Vecchio o nuovo.

Progressista o conservatore.

Giusto o sbagliato.

Persino la musica deve spesso dirci immediatamente da che parte stare.

I 16 Horsepower, invece, fanno qualcosa di molto più antico.

Raccontano storie.

Parlano di bene e male.

Di fede e dubbio.

Di paura e coraggio.

Di morte e possibilità di rinascita.

Non ti dicono necessariamente cosa devi pensare.

Ti mettono davanti a qualcosa.

E ti lasciano lì.

A pensarci.

Forse è anche per questo che li sento vicini.

Perché la ribellione non deve sempre avere un manifesto.

A volte essere ribelli significa rifiutarsi di dimenticare ciò che viene prima di noi.

Significa ascoltare una musica che non assomiglia a quella che va di moda.

Significa accettare che una canzone possa parlare di Dio senza essere una predica.

Significa poter guardare il buio senza per questo volerci vivere dentro.

I 16 Horsepower non sono una band per tutti.

E va bene così.

Anzi.

Forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena farli conoscere.

Se non li avete mai ascoltati, cominciate da “Black Soul Choir”.

Poi spegnete le luci.

E lasciate che arrivino loro.

Paola Morandini (x Rete 180)