Quando una canzone non si scrive: arriva
Ci sono artisti che fanno musica. E poi ci sono quelli per i quali la musica sembra essere, semplicemente, il modo più naturale di stare al mondo.
Ben Harper appartiene alla seconda categoria.
La sua storia musicale comincia molto prima di un disco, di un palco o di una canzone conosciuta. Comincia a Claremont, in California, dentro il Folk Music Center, il negozio di strumenti musicali fondato dai suoi nonni e diventato, negli anni, un vero centro culturale. Harper è cresciuto fra chitarre, banjo, strumenti provenienti da ogni parte del mondo, musicisti, poeti e cantautori. Non ha imparato soltanto a suonare: ha imparato ad ascoltare.
E forse è proprio qui che bisogna cercare l’origine del suo modo di fare musica.
Non nella necessità di diventare una star, ma nella convinzione che una canzone possa contenere qualcosa di più grande di chi la scrive.
Harper ha raccontato di aver cominciato a scrivere proprio osservando le persone che frequentavano il negozio di famiglia: musicisti che arrivavano con le proprie canzoni, le facevano ascoltare agli altri, ne parlavano. Era una normalità quotidiana. La musica non era un prodotto finito da confezionare: era qualcosa da condividere.
Quella formazione ha lasciato un’impronta evidente nel suo percorso. Il blues, il folk, il reggae, il soul, il gospel, il rock e la musica tradizionale convivono nella sua produzione senza che Harper sembri mai preoccuparsi troppo delle etichette.
E questo, francamente, è uno degli aspetti che me lo fanno amare di più.
Una canzone arriva quando deve arrivare
Ben Harper ha un’idea della scrittura molto lontana dalla costruzione artificiale del “brano di successo”.
In una lunga intervista dedicata al songwriting ha spiegato di non aver mai cercato deliberatamente di scrivere una canzone: sente, piuttosto, di doverla scrivere. Il punto di partenza può essere un’emozione, un’immagine, un pensiero, qualcosa che improvvisamente trova la propria forma.
È una distinzione tutt’altro che secondaria.
Perché significa che, per Harper, la canzone non nasce necessariamente davanti a un foglio bianco. Nasce prima dentro. E quando arriva il momento giusto, bisogna essere abbastanza onesti da lasciarla uscire.
Ha raccontato anche una cosa molto bella: prima di arrivare a quella che considerava la sua prima vera buona canzone, ne aveva scritte circa venti. Quando finalmente qualcosa si è aperto, ha avuto la sensazione che fosse successo qualcosa di diverso, quasi impossibile da programmare.
È forse questo il segreto della Musica d’Autore: non la perfezione, ma la necessità.
Una canzone deve avere un motivo per esistere.
Il passato non è mai davvero passato
Harper non ha mai nascosto le proprie radici. Anzi, le ha portate con sé.
Il blues è una presenza costante, così come la tradizione folk e quella della protesta americana. Nel negozio della sua famiglia ha incontrato una quantità impressionante di musicisti e culture differenti. Lui stesso ha raccontato che, in quel luogo, la musica e gli strumenti erano quasi una sorta di moneta, mentre politica, progresso sociale, letteratura, poesia e arte rappresentavano il vero linguaggio della comunità.
Ecco perché nelle sue canzoni la dimensione personale e quella collettiva spesso finiscono per incontrarsi.
L’amore, la solitudine, la famiglia, la memoria, il razzismo, la libertà, la giustizia sociale: Harper non li considera mondi separati.
Una canzone può parlare di una persona e, contemporaneamente, raccontare un’epoca.
Può partire da una ferita privata e arrivare a qualcosa che riguarda tutti.
Non seguire la moda: seguire la verità
C’è un’altra cosa che considero importante nel percorso di Ben Harper.
Non ha mai avuto una particolare ansia di piacere al mercato.
Anzi, ha dichiarato apertamente di non aver mai scritto una canzone pensando di creare un successo. In alcuni casi, ha persino scelto deliberatamente una strada opposta a quella più facile. Per lui scrivere significa esplorare un’emozione, rischiare qualcosa, essere coraggiosi senza trasformare il coraggio in ambizione.
È una posizione quasi controcorrente, soprattutto oggi.
In un’epoca nella quale spesso una canzone viene pensata anche in funzione dei pochi secondi necessari per catturare l’ascoltatore, Harper continua a difendere un’idea molto più antica del mestiere del cantautore.
Prima viene la canzone.
Poi tutto il resto.
Ed è probabilmente per questo che la sua musica non sembra appartenere davvero a una moda precisa. Può cambiare arrangiamento, formazione, strumento, produzione; può passare dal blues al reggae, dal gospel alla ballata acustica. Ma resta riconoscibile.
Resta sua.
La politica entra nella musica perché la vita entra nella musica
Definire Ben Harper semplicemente un artista “impegnato” sarebbe però riduttivo.
Il suo impegno civile non sembra aggiunto alle canzoni dall’esterno. Fa parte della sua stessa educazione musicale.
Brani come Call It What It Is affrontano apertamente il tema della brutalità della polizia e del razzismo. In occasione di Bloodline Maintenance, Harper ha poi affrontato ancora più direttamente la questione della storia afroamericana, della schiavitù e delle conseguenze che, secondo la sua lettura, arrivano fino al presente.
Ma la cosa interessante è che non sembra mai interessato a trasformare la canzone in un comizio.
La sua arma rimane sempre la musica.
La rabbia può esserci, la denuncia anche. Ma ci sono soprattutto domande.
E forse è questo che rende alcuni suoi pezzi più forti di una semplice dichiarazione politica: non ti ordinano cosa pensare. Ti costringono ad ascoltare.
La collaborazione come forma di libertà
Anche nel modo di registrare, Harper sembra conservare questa idea di apertura.
In un’intervista ha raccontato che, in alcune sessioni, porta ai musicisti soprattutto le parole e lascia che siano loro a trovare la propria parte musicale. Non dice necessariamente al chitarrista cosa suonare o al batterista quale ritmo seguire: preferisce mettere insieme persone brillanti e permettere loro di contribuire davvero alla nascita del brano.
È un atteggiamento molto poco “proprietario”.
La canzone parte da lui, ma può crescere attraverso gli altri.
È significativo anche il rapporto con la madre Ellen Harper, con la quale ha realizzato Childhood Home: un disco che porta dentro la storia della famiglia, del Folk Music Center e di una tradizione musicale vissuta quotidianamente.
E poi ci sono le collaborazioni con artisti lontanissimi tra loro: dai Blind Boys of Alabama a Charlie Musselwhite, da Jack Johnson a Mavis Staples.
Harper sembra avere una curiosità musicale che non ha mai smesso di funzionare.
Sei canzoni per entrare nel suo mondo
Se dovessi far ascoltare Ben Harper a qualcuno che non lo conosce, non partirei necessariamente dai suoi brani più famosi. Sceglierei sei canzoni capaci di raccontare sei lati diversi del suo modo di intendere la musica.
1. Waiting On An Angel
Una delle sue canzoni più delicate. Voce, chitarra e quella particolare malinconia che non ha bisogno di esagerare per arrivare. È contenuta nel primo album, Welcome To The Cruel World, del 1994.
2. Burn One Down
Qui entra in gioco una dimensione più roots, rilassata e insieme profondamente ideologica. È uno dei brani più rappresentativi di Fight For Your Mind e rimane fra i suoi pezzi più riconoscibili.
3. Diamonds On The Inside
Una canzone che riassume molto bene la sua capacità di trasformare una riflessione quasi filosofica in una melodia immediata. È la title track dell’album del 2003.
4. With My Own Two Hands
Qui il messaggio diventa più diretto: non aspettare che siano gli altri a cambiare il mondo. È uno dei brani centrali di Diamonds On The Inside.
5. Amen Omen
È il Ben Harper più introspettivo. Una canzone sospesa, emotiva, quasi spirituale, nella quale la voce sembra avere lo stesso peso degli strumenti.
6. Walk Away
Per chiudere, sceglierei una canzone apparentemente semplice, ma proprio per questo perfetta per capire la sua scrittura: emozione, melodia e parole senza bisogno di sovrastrutture. È anch’essa nata con Welcome To The Cruel World.
Una voce che non ha bisogno di appartenere a un genere
Forse è questo, alla fine, il punto.
Ben Harper può essere bluesman, folk singer, musicista soul, autore di protesta, chitarrista, uomo di famiglia, sperimentatore. Ma nessuna di queste definizioni riesce a contenerlo completamente.
E forse è giusto così.
La Musica d’Autore, quella vera, non ha bisogno di stare dentro un genere. Ha bisogno di avere qualcosa da dire.
Harper lo ha capito molto presto, respirando musica dentro quel negozio di Claremont dove gli strumenti arrivavano da ogni parte del mondo e le canzoni passavano di mano in mano.
Ancora oggi, quando scrive, sembra tornare lì.
Alla voce e alla chitarra.
Alla storia.
Al blues.
Alle persone.
E a quella vecchia, bellissima idea secondo cui una canzone non serve soltanto a essere ascoltata.
Serve a lasciare qualcosa.
E, qualche volta, a ricordarci chi siamo.
