Ci sono dischi che ricordano un periodo.
E poi ci sono dischi che quel periodo sembrano volerlo scuotere.
Quando penso agli anni fra il 1989 e il 1992, Neil Young è uno dei nomi che mi torna più facilmente alla mente. Non perché fosse semplicemente “un artista impegnato”, etichetta che gli starebbe anche piuttosto stretta, ma perché in quegli anni sembrava avere ancora una cosa che considero preziosa: la libertà di dire quello che pensava senza preoccuparsi troppo di risultare comodo.
E oggi, rileggendo quella stagione musicale, è proprio questa libertà che mi interessa.
Non necessariamente le sue idee politiche.
La sua indipendenza.
1989: Freedom
Nel 1989 Neil Young pubblica Freedom e, dopo una fase discografica complicata, sembra ritrovare improvvisamente il centro della propria musica.
Il titolo è già una dichiarazione.
Ma la libertà di cui parla Young non è quella rassicurante delle celebrazioni ufficiali. In “Rockin’ in the Free World”, che apre e chiude il disco in due versioni differenti, l’America del presidente George H. W. Bush viene osservata dal lato delle strade, dei senzatetto, della droga, dell’inquinamento e dell’indifferenza sociale. Il riferimento alle “mille luci” e alla “kinder, gentler nation” di Bush è tutt’altro che casuale.
E c’è una cosa che mi piace molto ricordare: Young stesso spiegava di non voler trasformare la canzone in una predica. Voleva piuttosto riflettere quello che stava succedendo e lasciare all’ascoltatore le proprie conclusioni.
Questa distinzione oggi mi interessa moltissimo.
Perché una cosa è avere un’opinione.
Un’altra è pensare che chi ascolta debba necessariamente avere la tua stessa opinione.
L’America vista dalla strada
È qui che Freedom diventa più interessante di un semplice disco “politico”.
Young non sta facendo un comizio.
Sta guardando.
E quando guarda, vede le contraddizioni.
Un Paese che parla di libertà e contemporaneamente ha persone senza casa. Un Paese potente, ma attraversato da violenza e disagio. Un’America che si racconta attraverso grandi parole mentre la realtà quotidiana continua a presentare il conto.
È una contraddizione che, riletta oggi, non ha perso completamente la propria forza.
Anzi.
Ed è proprio qui che preferisco lasciare una domanda aperta, invece di fornire una risposta preconfezionata.
Che cosa significa davvero “mondo libero”?
La domanda era di Young nel 1989.
Può essere ancora una domanda del 2026.
1990: Ragged Glory
Poi Young cambia completamente registro.
Con i Crazy Horse torna al rock più fisico, sporco, rumoroso. Ragged Glory è quasi una dichiarazione di guerra alla musica levigata: chitarre, amplificatori, feedback, brani dilatati.
È Neil Young che ricorda a tutti che il rock può ancora fare rumore.
E forse è proprio questo che mi piace di quel disco.
Non cerca di essere elegante.
Non cerca di essere moderno.
Non cerca nemmeno di piacere a tutti.
Suona.
E suona forte.
1991: Weld
Poi arriva il 1991.
E arriva la Guerra del Golfo.
Weld, registrato durante il tour con i Crazy Horse, diventa il documento di quella fase: oltre un’ora e mezza di rock elettrico, improvvisazione, distorsione e feedback. Ma soprattutto contiene la versione di “Blowin’ in the Wind” che Young trasforma in un brano della Guerra del Golfo, con rumori di spari ed esplosioni.
Non è un dettaglio.
Il contesto storico entra dentro il suono.
Young lo spiegò in maniera molto semplice: durante il tour, le canzoni prendevano l’atmosfera dei tempi; lui e i Crazy Horse cercavano di riflettere quello che stava accadendo.
Ed è qui che la musica di Young diventa qualcosa di più di un commento politico.
Diventa documento.
E poi, improvvisamente, Harvest Moon
Nel 1992 arriva Harvest Moon.
Dopo la furia elettrica di Ragged Glory e Weld, Young abbassa drasticamente il volume.
Chitarre acustiche.
Pedal steel.
Armonie.
Memoria.
Amore.
È quasi come se, dopo avere guardato il mondo con rabbia, avesse bisogno di guardare la propria vita.
La critica dell’epoca notò proprio questo contrasto: Harvest Moon era un disco molto più intimo, nel quale la dimensione personale prevaleva sul commento sociale.
E qui, per me, arriva la parte più importante.
Perché il Neil Young che mi interessa oggi non è soltanto quello che urla contro ciò che non va.
È anche quello che sa abbassare il volume.
Sei canzoni per attraversare quei quattro anni
1. Rockin’ in the Free World — Freedom (1989)
La porta d’ingresso. Una canzone che prende la retorica della libertà americana e la mette davanti alle sue contraddizioni. Non è un inno patriottico e non è semplicemente una canzone anti-Bush: è una domanda sulla distanza fra ciò che un Paese dice di essere e ciò che realmente è.
2. Crime in the City — Freedom (1989)
Qui Young porta la macchina fotografica ancora più vicino alla strada. Violenza, solitudine, disagio, famiglia, America quotidiana. È il lato meno “anthemico” di Freedom e, proprio per questo, uno dei più interessanti.
3. Mansion on the Hill — Ragged Glory (1990)
La ricchezza vista da lontano. Una casa enorme sulla collina diventa il simbolo di una distanza sociale che non è soltanto economica. Il brano è breve, ma dentro il grande muro sonoro di Ragged Glory assume un peso particolare.
4. F!#in’ Up — Ragged Glory (1990)*
Qui non serve un trattato. Serve il volume. È Young che torna al rock più fisico insieme ai Crazy Horse e sembra dirci che, a volte, la rabbia non va spiegata: va suonata.
5. Blowin’ in the Wind — Weld (1991)
Questa è la scelta obbligata per il nostro percorso. Una vecchia canzone di Bob Dylan viene trascinata dentro il clima della Guerra del Golfo. Spari, esplosioni, chitarre: la vecchia domanda di Dylan torna a essere contemporanea.
6. Harvest Moon — Harvest Moon (1992)
La chiusura doveva essere questa. Dopo la rabbia, la guerra, il rumore e le distorsioni, Young torna all’intimità. È una canzone d’amore e di durata, dedicata alla moglie Pegi. E ci ricorda che una vita non può essere fatta soltanto di battaglie.
Neil Young, oggi
Ed è qui che, inevitabilmente, entra la Paola di oggi.
Perché io quegli anni non li sto recuperando per trasformarli in un museo.
Li sto riaprendo.
Allora ascoltavo musica perché avevo bisogno di scoprire. Oggi posso tornare su quei dischi con una distanza che permette di fare una cosa diversa: ascoltare anche ciò con cui non sono necessariamente d’accordo.
È una differenza enorme.
Posso riconoscere a Neil Young la forza di Rockin’ in the Free World senza dover sottoscrivere ogni sua posizione politica.
Posso ascoltare Weld e sentire tutta la rabbia di quel 1991 senza dover trasformare quella rabbia nella mia.
Posso amare Harvest Moon senza dimenticare Freedom.
E soprattutto posso chiedermi:
che cosa è rimasto vero?
Forse è questa la domanda che mi interessa davvero oggi.
Non chi aveva ragione.
Non chi aveva torto.
Ma quali canzoni hanno ancora qualcosa da dirci dopo più di trent’anni.
Neil Young, almeno per me, ne ha ancora parecchie.
E forse la cosa più bella è che non ha bisogno di essere d’accordo con me.
Mi basta che, ancora oggi, mi faccia pensare.
Perché Tempo per La Musica nasce anche da questo: tornare a cercare quella musica che, tanti anni fa, mi spingeva ad accendere la radio, prendere carta e penna e andare a vedere cosa ci fosse dietro una canzone.
La differenza è che oggi non sono più quella ragazza.
Ho più memoria. Più esperienza. Più dubbi. E, spero, anche più libertà.
E allora posso rimettere su Freedom.
Alzare il volume.
Ascoltare.
E decidere da sola cosa penso.
Questa, oggi, per me, è libertà. Paola Morandini (per Rete 180)
