Non ho iniziato ad ascoltare questa musica per rilassarmi. Ho iniziato perché ne avevo bisogno.
Ci sono momenti in cui il silenzio non basta.
Anzi, pesa.
La testa continua a girare, le cose si accavallano, e stare fermi non significa stare bene.
È lì che entra questa musica.
Non quella da sottofondo.
Non quella che “fa atmosfera”.
Parlo di suoni che fanno spazio.
Non è un genere preciso, e forse è meglio così.
È un modo di usare la musica.
Con Snatam Kaur ho capito una cosa semplice: la ripetizione non serve a riempire, serve a mettere ordine.
Quando il pensiero si disperde, il ritmo lo riporta a casa.
Poi c’è l’ambient, quella costruita bene.
Deuter, Anugama, Robert Rich.
Qui non succede quasi nulla, ed è proprio questo il punto.
Il suono non invade, non impone.
Tiene aperto uno spazio, e dentro quello spazio le cose si rimettono in fila.
La cosiddetta New Age ha avuto anche le sue scorciatoie, inutile negarlo.
Ma quando è fatta con sostanza, resta.
Karunesh arriva diretto.
Steve Roach va più a fondo.
Michael Stearns allarga lo sguardo, senza forzare niente.
INNER HORIZON — 6 brani
- Snatam Kaur — Ong Namo
Apre lo spazio. Ripetizione, respiro, ordine. È il punto di partenza. - Deuter — Temple of Silence
Non aggiunge, toglie. Ideale quando il silenzio da solo non basta. - Anugama — Shamanic Dream
Flusso continuo. Tiene insieme senza stringere. - Robert Rich — Somnium
Profondo, quasi immobile. Qui si rallenta davvero. - Steve Roach — Structures from Silence
Un classico. Poche note, ma dette come si deve. - Michael Stearns — Chronos
Apre l’orizzonte. Ti porta lontano senza muoverti.
Non è musica da capire.
È musica da usare.
Non ti chiede attenzione, ma la cambia.
Non riempie il silenzio, lo rende abitabile.
La ascolti quando serve.
E quando serve davvero, funziona.
(Paola Morandini / Rete 180)
