Ribelle, senza padrone

Quando la musica diventa una forma di libertà

C’è una cosa che ho sempre pensato della musica: non dovrebbe avere padroni.

Non dovrebbe esserci qualcuno a stabilire quale musica sia giusta, quale sbagliata, quale ideologicamente accettabile e quale invece da evitare. E soprattutto non credo che un artista debba necessariamente appartenere a una determinata corrente politica perché la sua musica possa essere considerata interessante.

Per me la parola “ribelle” ha un significato diverso.

Essere ribelli significa avere il coraggio di essere se stessi.

Significa non seguire necessariamente la corrente, non adeguarsi alla moda del momento, non cambiare le proprie convinzioni soltanto perché cambiano quelle degli altri.

E la storia della musica è piena di artisti che hanno incarnato questo spirito.

Alcuni sono stati apertamente provocatori. Altri hanno contestato il sistema. Altri ancora non hanno fatto alcuna battaglia politica particolare, ma hanno semplicemente seguito la propria strada, spesso controcorrente.

Ed è proprio questi ultimi che trovo particolarmente interessanti.

Perché la ribellione più autentica, qualche volta, è quella che non ha bisogno di essere dichiarata.

La musica non è un manifesto

Viviamo in un’epoca nella quale sembra esserci la necessità di classificare tutto.

Anche gli artisti.

Di qua o di là. Progressista o conservatore. Conforme o non conforme. Appartenente a questa cultura oppure a quella.

Io questa necessità non la sento.

Posso ascoltare un musicista perché amo il suo modo di suonare, la sua voce, i suoi testi, la sua sensibilità, il suo percorso. Posso apprezzare un album anche senza condividere necessariamente tutto ciò che l’artista pensa nella vita privata.

L’arte non è un questionario politico.

E la musica, soprattutto, ha una storia troppo lunga e troppo complessa per poter essere ridotta alle categorie del presente.

Guardare indietro per andare avanti

Forse è anche per questo che mi piace recuperare la musica del passato.

Gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta non sono semplicemente decenni trascorsi: sono strati della nostra memoria.

Dentro ci sono musicisti che hanno cercato nuove strade, altri che hanno difeso la tradizione, altri ancora che hanno semplicemente rifiutato di farsi mettere un’etichetta.

E questo vale anche per la musica italiana.

Ci sono artisti italiani che hanno avuto il coraggio di essere scomodi, individualisti, ironici, malinconici, spirituali, provocatori o semplicemente diversi.

Non tutti erano militanti.

Non tutti volevano cambiare il mondo.

Alcuni volevano soltanto fare musica.

E forse è proprio questo che li rende ancora oggi interessanti.

La mia idea di ribellione

La mia idea di ribellione, alla fine, è molto semplice.

Non significa necessariamente combattere contro qualcuno.

Significa non consegnare ad altri il proprio pensiero.

Significa poter amare una canzone degli anni Settanta e una degli anni Novanta, un artista italiano e uno straniero, un musicista spirituale e uno provocatorio.

Significa poter dire: questa musica mi appartiene, senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E significa anche poter cambiare idea.

Perché la libertà non consiste nel dover essere ribelli sempre e comunque. Consiste nell’avere ancora la possibilità di scegliere.

Forse è questo che cerco quando ascolto musica.

Non necessariamente una bandiera.

Una voce.

Una voce autentica, capace di arrivare dal passato e parlare ancora al presente.

Ed è per questo che, nella mia rubrica “Tempo per la Musica”, voglio continuare a parlare di artisti e di dischi senza preoccuparmi troppo delle etichette.

Perché, alla fine, la musica migliore è quella che riesce ancora a farci pensare.

Anche quando ci fa pensare diversamente dagli altri.

Paola Morandini (x Rete 180)